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Morto Carradine. L’uomo che rubò il west a Bruce Lee.

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IL ‘BILL’ DI TARANTINO FORSE VITTIMA DI UN GIOCO EROTICO…
(Ign) – Addio a David Carradine. L’attore 72enne è stato trovato morto, impiccato, in una camera d’albergo a Bangkok mercoledì, dopo che la troupe dell’ultimo film in cui stava lavorando si era resa conto della sua assenza sul set.david carradine

Carradine potrebbe essersi tolto la vita o, secondo la polizia thailandese, essere rimasto vittima di un gioco autoerotico. L’attore è stato trovato ”con una corda intorno al collo ed una intorno ai genitali”, fanno sapere gli inquirenti. In corso l’autopsia e gli esami tossicologici per definire la causa del decesso.

Il corpo di Carradine è stato trovato da una cameriera durante la pulizia della stanza, all’interno della cabina armadio della sua suite al Park Nai Lert Hotel, come riferito dal quotidiano on line ‘The Nation’. Sul suo corpo non sono stati trovati segni di violenza.

Il primo ruolo da protagonista di Carradine era stato quello del fuggitivo Kwai Chang Caine in un film tv sul ‘Kung Fu’, negli anni ’70. Figlio del celebre attore John, aveva lavorato, fra gli altri, con Martin Scorsese, Ingmar Bergman e Quentin Tarantino nella pellicola ‘Kill Bill’
2 – IL DURO CHE PIANSE PER “PETER PAN”…
Fulvia Caprara per “La Stampa”

David Carradine

Non era mai stato una star, eppure godeva di un culto speciale, quello che il pubblico riserva agli attori capaci di comunicare emozioni ben oltre i limiti di una storia da cinema. Per questo David Carradine era adorato da Quentin Tarantino, cinefilo prima che cineasta. Per questo la sua apparizione, con il viso stropicciato dagli anni, nelle vesti dell’implacabile boss di Uma Thurman, aveva mandato in visibilio le platee di Kill Bill. Per questo la notizia del suicidio colpisce in modo profondo, apre interrogativi sui dolori segreti di un uomo che sembrava aver trovato le risposte giuste al passare del tempo.

Oltre il set, nella vita di David, cresciuto in una vera dinastia cinematografica, dal padre John ai fratelli e fratellastri Bruce, Keith, Robert e Michael, c’erano sempre state altre cose, più importanti. Prima di tutto la passione per le arti marziali, coltivata non solo attraverso il personaggio di Kwai Chang Caine, interpretato nella serie tivù “Kung Fu” degli Anni Settanta e poi nei vari sequel, ma anche con le lezioni di Tai-chi, la conoscenza approfondita delle filosofie orientali.

Quella ricchezza gli aveva donato un distacco elegante, un tocco zen che gli permetteva, dopo aver lavorato con Martin Scorsese (in “America 1929 Sterminateli senza pietà”) e Ingmar Bergman (“L’uovo del serpente”), dopo essere stato Woody Guthrie in “Questa terra è la mia terra” e dopo aver recitato in un western che ha fatto storia come I cavalieri dalle lunghe ombre, di passare senza impacci da un b-movie all’altro.

David Carradine

Il grande schermo, certo, era importante, ma lo erano anche le donne (cinque matrimoni), la musica, le canzoni scritte e cantate, la scultura. Con “Kill Bill” il ritorno di popolarità era stato travolgente, ma Carradine non aveva mai fatto mistero di essere stato scelto da Tarantino solo dopo che Warren Beatty si era tirato indietro: «Quentin ha adattato il personaggio su di me. Ha eliminato tutti gli smoking e mandato la costumista a casa mia per rovistare nell’armadio».

Durante il lavoro, l’intesa con l’autore di Pulp Fiction era cresciuta: stesse passioni, l’Oriente e i fumetti, stessa cura nei dettagli. Sui progetti futuri aleggiava solo il vago disagio di chi sa di appartenere a un altro tempo: «È il mio destino – aveva detto una volta l’attore -: ero troppo giovane quando sono arrivati i beatnik e troppo vecchio per gli hippie».

Come dire: sempre un poco fuori posto. Quando Tarantino lo aveva chiamato per proporgli una parte in Inglourious basterds, Carradine si era tirato indietro: «Per fare i soldati bisogna essere giovani». Alla fine, per convincere il regista che insisteva, era servito un gesto, un tocco leggero sui capelli bianchi. Tarantino era scoppiato a ridere e alla fine aveva capito. Forse la chiave è tutta lì, negli anni che corrono via, nei rimpianti, nella voglia, magari scoperta troppo tardi, di mostrare un altro volto di se stesso: «Vedendo Peter Pan – disse una volta – ho pianto sette volte».

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Questa voce è stata pubblicata il giugno 5, 2009 da in cinema.

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